Una nuova dimensione nel linguaggio cinematografico
Immersivo. Coinvolgente. Sorprendente. Ma anche affascinante e commovente.
James Cameron ha posato una nuova pietra miliare nella storia del cinema. Lo ha fatto con un film rivoluzionario, sia sotto il profilo tecnico che sotto quello narrativo.
Avatar è uno di quei film che ridefiniscono il proprio genere, nel linguaggio e nei contenuti, e di più, influenzano in generale il modo di fare cinema. Tracciano una via. Non è un evento che accade così di frequente: andando a ritroso negli anni non posso fare a meno di citare, limitandomi al genere della science fiction, Matrix dei fratelli Wachowsky che nel 1999 impressionò il pubblico per gli spettacolari combattimenti ripresi con la tecnica del bullet-time e per la potente metafora del mondo virtuale in cui agiscono i protagonisti, Jurassic Park di Steven Spielberg che per primo, nel 1993, realizzò interamente in computer grafica i dinosauri protagonisti del film ed allo stesso tempo solleticò la fantasia degli spettatori sulle possibilità delle tecniche di clonazione, e poi indietro fino al 1977 con il leggendario Star Wars, di George Lucas, che meravigliò riuscendo a riprodurre realisticamente il volo di navi spaziali utilizzando la tecnica della motion control photography, anche questa applicata per la prima volta in un film, ed appassionando con una ricca trama che fonde il genere fantasy e quello fantascientifico.
Cameron nasce nel cinema come tecnico degli effetti speciali, il che spiega come questi abbiano sempre rivestito un ruolo di primo piano in tutti i suoi lavori. Ma Cameron oltre che un’inventore è anche un visionario che ci ha regalato capolavori del calibro di Terminator, Aliens: scontro finale, The Abyss e Terminator 2, dei quali ha firmato – come per Avatar del resto, oltre la regia, anche la sceneggiatura. Per non parlare poi di True Lies e del colossal Titanic, due film sicuramente meno visionari dei lavori precedenti, ma ugualmente impressionanti dal punto di vista tecnico; con Titanic “asso piglia tutto” sia fra il pubblico, divenendo all’epoca il film col maggiore incasso della storia del cinema, che fra la critica, aggiudicandosi la bellezza di 11 Oscar.
In ciascuno dei suoi film Cameron è riuscito a coniugare insieme realizzazioni tecniche eccellenti e storie – o più spesso visioni – evocative, coinvolgenti e comunque convincenti ed efficaci, mostrando sia la sua indiscussa bravura come regista, che la sua grande capacità di sfruttare appieno le tecnologie a disposizione per realizzare effetti sorprendenti e spettacolari. Tuttavia in nessuno di essi, dal mio punto di vista, era riuscito a spingersi così oltre come in Avatar.
Avatar è un film nuovo. Avrebbe fatto parlare di se anche senza il grande investimento di Cameron nella tecnologia della Fusion 3D Camera appositamente progettata e sviluppata per le riprese del film.
La storia che ci racconta Cameron è, ancora una volta, una delle sue immaginifiche visioni del futuro, dove però tematiche estremamente attuali come quelle della sensibilità ecologica, del rispetto della natura, della diversità culturale, del razzismo e dell’integrazione sono affrontate rivestendo la civiltà umana di un ruolo decisamente insolito… almeno in riferimento ai film di fantascienza. Avatar è un film di science fiction girato quasi come fosse un film storico. Un Balla coi Lupi ambientato in un altro pianeta. Se fossimo nel 2300 potremmo forse rivederlo come un film sul periodo di espansione coloniale al di fuori del nostro sistema solare. La motivazione che ci spinge è, storicamente, la solita: lo sfruttamento di risorse minerarie. Questa volta non ci difendiamo da una minaccia esterna. Non siamo invasi, non siamo attaccati da nessun alieno ostile. Non è La Guerra dei Mondi.
Stavolta siamo noi ad offendere una civiltà diversa dalla nostra, che non ci è ostile se non fosse per il fatto che vogliamo impadronirci della sua terra, della sua casa. Invadiamo un mondo i cui abitanti hanno stabilito un equilibrio, un’armonia con la natura e con il pianeta in cui vivono che noi non conosciamo e non possiamo comprendere. E che, nella nostra colta ignoranza, nella nostra noncuranza, siamo pronti a distruggere. E’ un paradigma nuovo in un film di fantascienza e dopo l’iniziale sorpresa realizziamo, non senza una certa sensazione di tristezza, che, storicamente, questa è la nostra indole e che la visione presentata da Cameron non è più improbabile di quella immaginata da H.G. Wells, anzi.
Nel film Jake Sully, un ex marine divenuto invalido, controlla un avatar: un essere creato con l’ingegneria genetica incrociando DNA degli umanoidi locali chiamati Na’vi con quello umano. Attraverso una “interfaccia mentale” un uomo può praticamente “vivere” nel corpo del suo avatar. E’ così che Sully, insieme ad un gruppo di scienziati, tenta di avvicinare gli indigeni per studiarli al fine di guadagnare la loro fiducia per negoziare la loro resa e, al tempo stesso, ottenere informazioni tattiche preziose nel caso in cui un attacco diretto diventi inevitabile. Catapultato su Pandora (così si chiama il pianeta) Sully rimane ben presto affascinato dalla civiltà dei Na’vi, un popolo di guerrieri, orgoglioso e nobile, che vive in tribù mantenendo un forte legame con la rigogliosa natura che domina Pandora, finendo per innamorarsi della sua guida ed insegnante Na’vi Neytiri. Il confronto con le forze armate degli invasori umani si rivelerà ineluttabile, e Jake si troverà di fronte ad una difficile scelta di campo tra la lealtà verso la propria razza e la difesa dei valori di coraggio, nobiltà d’animo, rispetto e armonia con la natura che ha fatto propri durante i mesi trascorsi nella tribù Na’vi. Alla fine, sarà proprio la particolare natura di Pandora, che si scoprirà essere praticamente un’entità senziente – quasi una metafora per la nostra Gaia, che aiuterà i Na’vi a difendersi dagli invasori.
La fantastica tecnologia digitale 3D messa a punto per il film, come già detto, è un arricchimento ad una trattazione che da sola fa di Avatar un film assolutamente da vedere. Tuttavia il magistrale uso che Cameron fa di questa tecnica lo rende eccezionale. Lo spettatore si sente fisicamente proiettato su Pandora insieme ai protagonisti della vicenda. La sensazione di coinvolgimento raggiunge livelli prima impensabili. Sei seduto in una hall e stai assistendo al briefing della prossima missione. Non stai guardando la scena del briefing, no. Sei lì insieme ai marines. Un’attimo dopo esplori la giungla che ricopre Pandora, ti muovi tra le piante e la vegetazione. Ancora un momento e ti risvegli in un laboratorio scientifico. E sei lì, ti senti davvero lì.
James Cameron ha impiegato oltre 6 anni per sviluppare e mettere a punto questa tecnologia, ed Avatar è la prima dimostrazione delle sue sorprendenti potenzialità. E’ l’alba di una nuova era del cinema, la prima grande rivoluzione tecnologica dopo la nascita della computer grafica: Avatar apre una nuova dimensione nel linguaggio cinematografico.
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